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Tra una sagra di paese e un ristorante Michelin

Perché negarlo? Certi piaceri hanno un loro peso sul budget di una coppia né ricca né povera, e loro due, per evitare dissesti nel bilancio familiare, avevano rinunciato a qualche cinema+pizza bisettimanale pur di potersi permettere quel pranzo nel ristorante appena gratificato da un’onorificenza Michelin delle più prestigiose.

ristorante Michelin

Il ragazzo parcheggiò il Vespone subito fuori dalle vecchie mura austere di quel borgo poco rinomato, molto meno celebrato di altri dello stesso comprensorio. E si incamminò nei suoi vicoli stretti e pieni di archi e scale e terrazzi fioriti di casette da fiaba, varcando la storica porta che per secoli ne aveva garantito l’interscambio diurno col mondo circostante.

Appena entrati, il maître li accolse in un certo modo semplicemente “giusto”. E quel modo interruppe il disagio che traspariva dal loro incedere guardingo e titubante. “Sarà un posto adatto a noi? Siamo vestiti troppo casual? Come ci si comporta in un frangente simile?”. “Siete in due? Avete prenotato? Accomodatevi. Prima volta in uno “stellato”, vero?”. “No, è che….”. Lui ci provava a fare il vago, ma fu lei a fare l’outing. “Si, si. Si vede, eh?”. E lo disse sorridendo maliziosa per l’imbarazzo. “Loro non lo vedono” disse il maître indicando gli altri avventori già del tutto intenti ad officiare il rito collettivo e solitario del peccatore di gola, “ma se non me ne accorgessi io, allora non meriterei lo stipendio che mi viene corrisposto”. Tono serio e viso divertito. Funzionò. I due cominciarono a sentirsi a loro agio.

Nella piazza, l’unica del paese, c’era un’ambulanza nuova di zecca e un sacco di gente intorno. Il ragazzo pensò ad un malore di qualche malcapitato, o a un incidente stradale, ma ci mise poco a capire che il veicolo era il festeggiato e che quella era una sorta di sagra di paese, un espediente per ritrovarsi qualche ora in allegria con il pretesto dell’ambulanza appena consegnata alla locale sede della Pubblica Assistenza. Fece pochi passi in mezzo a tutti quegli illustri sconosciuti dai volti così simili a quelli degli affreschi del trecento senese, e anche per lui iniziò la più inattesa e sorprendente delle feste.

Prima di internet, non pregustavi menù e pietanze. Te la dovevi giocare. Andare e testare. A tuo rischio. A rimorchio del passaparola. Cosa avrebbero trovato? La cucina regionale in una versione di eccellenza? Proposte esotiche ed inutilmente contorte? Tanto fumo e poco arrosto? Il solito, ma a prezzi maggiorati? Un ambiente pretenzioso ed elitario? Si fecero guidare dal maître. Discussero con competenza di vini e abbinamenti e di mono-vitigni e audaci mix sperimentali al di fuori dei vari disciplinari, perché non erano degli analfabeti in materia. Si sciolsero del tutto. Vollero sapere. Ottennero risposte dallo Chef in persona, e lo Chef non aderiva ai soliti cliché, anzi sembrava l’amico un po’ filosofo che spiega il senso di una ricerca dell’umano sull’umano attraverso il cibo e il buon vino. Serio, cordiale ma non invadente, estroso e brillante, sì, ma concentrato abbastanza da dar loro l’impressione di non attingere dal manierato repertorio delle “frasi per clienti”. Abile nel proporre spunti originali. Attento alla particolare qualità delle domande e dei commenti che loro mettevano “sul tavolo”.

Cantuccini. Solo cantuccini. E Vinsanto. Acqua? Bandita! Bevande gasate zuccherine americane? Non lì. Non oggi. E tutti facevano a gara, rivaleggiavano per ottenere dal giovane forestiero con i lunghi boccoli e il maglione assolutamente fuori stagione il titolo di “miglior cantuccino” e “Vinsanto del secolo”.
Roba artigianale, mandorle che fino a pochi giorni prima erano ancora sull’albero, impasti creati da nonne sapienti, enologi senza titolo accademico alle prese con la loro uva. L’orgia gaudente del fatto in casa. Il ragazzo pensò che niente al mondo poteva essere più buono di quel monotematico ben-di-dio. E più assecondava il suo ruolo di arbitro improvvisato, più se ne convinceva. E più valutava, più sentiva una benevola euforia impossessarsi di lui.

ristorante Michelin

Le mode esistono anche in cucina. Eccome se esistono! Alcune sono meritevoli delle peggiori dannazioni infernali, come le farfalle panna e salmone e le penne alla vodka, ma per fortuna non attecchiscono. Altre cambiano per sempre il gusto, ma deve pur esserci una fase storica in cui iniziano a circolare, ad imporsi, a soppiantare i vecchi canoni muovendo i primi, incerti passi prima di assurgere all’Olimpo delle Prelibatezze Celebratissime. La coppia intercettò uno di quei momenti, un particolare mix di Chef+gusti-che-cambiano che le assicurò un menù degustazione fondato sulle prime contaminazioni fra ingredienti fino ad allora considerati inabbinabili: gustarono cioccolata come ingrediente di spicco di pietanze storicamente classificate come “salate”; frutta associata a verdura e a carni e a pasta e a riso e ad altri principi nutritivi rispetto ai quali fino ad allora non si era mai neanche lontanamente immaginata di scorciare le distanze; le prime confetture post-industriali, a braccetto con certo miele ignoto, deliziosamente spalmate su formaggi locali di nicchia; tecniche di cottura che si iniziavano ad interrogare sulla conservazione e l’esaltazione delle migliori qualità nutritive delle materie prime. Non ebbero di che lamentarsi. Niente di quel che assaporarono era anche solo lontanamente simile a ciò che si erano prefigurati. E già quello fu un successo. Nel complesso fu un trionfo.

“Quello lì i cantuccini non li ha mai saputi fare. Senti i miei!”. “I tuoi? Ma se li compri alla Coop quando vai in città!”. “Dev’essere per quello che sono meglio dei tuoi, allora!”. “Bevi, bimbo, bevi che ti viene il singhiozzo, sennò. Questo lo fa mio suocero!” .“Tua moglie no di certo! E’ sempre a giro. Chissà poi a fare cosa!!!”.”Lo sanno tutti cosa va a fare, tutti tranne lui!”. Le battute erano in dialetto, un dialetto simile ma non identico al suo, e il ragazzo le capiva alla perfezione. Ognuna era motivo di risate collettive, e tutti simulavano una permalosità da teatro popolare, per poi partire subito al contrattacco con altrettanta irriverente, esilarante scorrettezza conviviale. Era davvero un “magic moment”. E gli occhi castani della ragazza del posto che lo guardavano con l’interesse che il cittadino, specie se giovane e belloccio, si guadagna sempre in un contesto non-urbano, lasciavano presagire paradisi imminenti all’ombra dei castagni del posto….

La coppia uscì dal locale scambiandosi un’occhiata che non lasciava loro scampo. Si, i motivi che li avevano fatti incontrare erano tutti ancora validi. E un giorno come quello, un’esperienza come quella, non faceva che aggiungerne di nuovi. Si presero per mano come piccioncini, e si avviarono con l’andatura un po’ incerta verso il loro prossimo abbraccio.

Il ragazzo si addormentò sul prato. Si risvegliò, si baciarono ancora, poi la sua inattesa bella lo guardò andar via, ormai sobrio ma non per questo meno stordito, a cavallo del suo destriero a due ruote, cavaliere teenager senza macchia e senza paura, ma dalla barba ancora incompleta, verso un futuro che non li avrebbe mai fatti incontrare di nuovo.

O forse no. Forse le due scene sono sfasate di 7-10-12 anni, e forse, se guardate bene, quell’incontro fra cantuccini e Vinsanto fatti in casa ha per protagonista la stessa coppia del ristorante Michelin da buongustai. Dagli occhi di lei…si direbbe che forse…. Ma dopotutto non è così importante. Importante è incontrarsi, mangiar bene e bere meglio. Il resto, se la fortuna ci sorride, vien da sé; ma la fortuna devi saperla far sorridere. E davanti ad un calice alzato lo fa più volentieri.

 

Baccoinfesta

Baccoinfesta

Nasce divoratore della qualsiasi e passa l'intera vita ad affinare il gusto. L'unica forma d'arte che pratica in pubblico è costruire ghiribizzi astratti con le molliche del pane. Niente di più transitorio, insomma.

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Autori del blog

Nikita Parker
Giornalista e storyteller. Al ristorante guardati intorno, la mora in little black dress e taccuino intenta a mangiare pesce o a sorseggiare bollicine potrei essere io...
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Nasce divoratore della qualsiasi e passa l'intera vita ad affinare il gusto.
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