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La Pergola, almeno una volta nella vita…

E’ arrivato un pacco alla fine di ottobre, per me. Dentro c’erano: gli ultimi due libri della Ferrante, la solita quantità spropositata di cose buone da mangiare e una busta con un biglietto aereo per Roma a/r. Nella busta c’era anche una lettera di mio padre, il mittente del pacco, in cui sostanzialmente mi invitava a raggiungerlo il 18 novembre a cena al ristorante La Pergola, al top roof del Waldorf Astoria di Roma.

Ci sentiamo abbastanza spesso da quando mi sono trasferita qui, a Tunisi, per portare avanti un progetto con l’Istituto di Cultura Italiana, e né per mail né a voce mi aveva anticipato niente di questo invito. Tutto molto misterioso ma, conoscendo bene il soggetto, ho capito che non avrei ottenuto risposta e così – riuscendo a non domandare niente – ho atteso la data e finalmente stamani sono partita alla volta di Roma.
Mi sono imbarcata verso le 16.30 su un Tunis Air dal Carthage e un’ora e mezzo dopo ero a Fiumicino. Poi un trenino per la stazione Ostiense e un taxi fino a Monte Mario, via Alberto Cadlolo, 101, al Rome Cavalieri Waldorlf Astoria. La temperatura non è poi tanto diversa da quella che ho lasciato a ‘casa’, l’iPhone mi segnala che qui sono 17 gradi, alle 14 a Tunisi erano 22.  Ho viaggiato vestita a strati, cambiato camicetta e giacca nel bagno dell’aeroporto all’arrivo e ripassato il trucco in taxi, ora sono pronta. E sono tesa, non so bene cosa aspettarmi. Mi tranquillizzo dicendomi che deve essere un’occasione buona, se ha prenotato lì, nel “tempio della gastronomia internazionale, storicamente primo ed ancora oggi unico tre-stelle della capitale” – come riporta il sito – con la cucina spettacolare di Heinz Beck, un genio acclarato.

La Pergola

Scendo dal taxi e arriva un suo messaggio che mi dice di raggiungerlo su. Sono le 20.30 e mi ha già preceduto, tipico. E pensare che ero contenta di esser riuscita ad arrivare puntuale… Entro, prendo l’ascensore e salgo. Ultimo piano, si apre la porta e lui è lì che mi aspetta. Abbracci, mi stringe forte. E’ stanco, si vede anche se gli occhi gli brillano di felicità. Mi guida al tavolo, dietro al giovane cameriere, zoppica un pochino. Ci sediamo alla finestra, davanti a noi si apre il panorama straordinario di San Pietro nella notte romana illuminata, sotto di noi il parco e le piscine dell’albergo. Mozzafiato. L’ambiente è accogliente, tarato per una facoltosa clientela internazionale, lusso forse un po’ convenzionale, stucchi, specchi e una sobria elegante apparecchiatura.
Ordina e sceglie il vino con il sommelier, menù degustazione, sette portate e ci consigliano un magnifico Sassicaia del 2012, vellutato e persistente. Alziamo i calici alla nostra e chiede subito di me, battendomi sul tempo. E così gli parlo del nuovo incarico, dei colleghi, dell’appartamento carino che ho preso a La Marsa – la periferia a nord della città, la più sciccosa,- del lungomare che vedo dalla finestra di cucina quando la mattina mi preparo il caffè, del treno per andare al lavoro, degli odori e dei sapori dei mercati che mi piace visitare. E mentre racconto si succedono i piatti: la Ricciola marinata all’aceto balsamico bianco cede il posto alle Capesante affumicate in guscio di barbabietola e poi ai Frutti di mare su tofu di mandorle. E poi è la volta dei Fagottelli “La Pergola”, e di terminare il mio racconto. La cucina è strepitosa, il vino ottimo, il servizio impeccabile, il sommelier non invadente, tutto perfetto non fosse la tensione. Parla di come siano cambiate le sue giornate da quando è andato in pensione, di qualche consulenza che ancora gli chiedono al ‘Ministero’, dei sabati passati alla casa mio zio in campagna, di mamma che anche se sono divorziati si preoccupa della sua solitudine e lo assilla perché smetta di fumare, della signora nuova che è più precisa di Bianca, quella che ha avuto per tanti anni, che “tiene la casa bene ma cucina peggio e mi perde le cose in tintoria”. Quotidianità, più o meno quella che già conosco, niente di veramente nuovo, per quanto ancora girerà intorno al movente che ci ha portati qui? Decido di non forzare la mano, siamo ancora ai secondi… Sono mesi che non parliamo seduti ad un tavolo, godendo della vicinanza. Da aprile, per la precisione, quando in fretta ho chiuso casa e studio e deciso di cogliere questa opportunità, lontana, per crescere professionalmente e, soprattutto, cambiare aria. Tra una chiacchiera e l’altra assaggiamo il Merluzzo con salsa di sedano e crosta al curry e un tenerissimo Filetto di capriolo su crema di castagne e apprezzo (tanto) che non mi chieda niente che non abbia voglia di raccontargli. E’ sempre stato così, presente ma riservato, un uomo d’altri tempi, incapace di dare sfogo alla rabbia e alle preoccupazioni che pur ha avuto e che ho imparato a percepire dai suoi mutismi.

La Pergola

Rispettoso della sua privacy, e per fortuna anche della mia. davanti ad uno scenografico dessert decido che è arrivato il momento di stanarlo “Siamo arrivati al dolce, ora me lo dici perché mi hai portato qua?” e così viene fuori che non voleva farmi preoccupare ma è da agosto che aveva un dolore persistente allo stomaco e non capivano cosa fosse. Si è sottoposto a degli accertamenti, i valori degli esami del sangue erano sballati e il medico ha insistito a indagare, a fargli fare altri controlli e “insomma, quando ti ho inviato i biglietti il pacco con i biglietti sapevo che a metà novembre avrei avuto le ultime risposte e ho deciso che volevo dirtelo con tutte le risposte in mano”. Non ci credo che mia mamma abbia saputo mantenere il segreto, come ha fatto a stare zitta questi mesi lei che non regge neppure il semolino? Voglio sapere tutto ora. Ho un groppo alla gola. “E me lo dici il risultato delle risposte? Non mi tenere sulle spine…” – “Mi hanno rivoltato ma non lo sanno cosa ho, anche dagli ultimi esami non si vede niente, è tutto a posto, dice che sarà nervoso, un male psicosomatico…Comunque la cura nuova che mi hanno dato lunedì funziona già, oppure sto meglio perché sapevo che saresti arrivata? Te cosa dici?”. E sorride e subito si volta a guardare il panorama, per non far vedere che si è emozionato. Strano gioco la vita, penso, è tutto un alternarsi di chi nasconde cosa: quando ero piccola i miei provavano a nascondermi le tensioni della separazione, poi da adolescente è stato a me nascondere i miei amori strampalati e le mie uscite e ora sono tornati loro a nascondermi un problema di salute che, vissuto a distanza, mi avrebbe allarmato.
“Non sei arrabbiata con me, vero?” come potrei essere arrabbiata penso “Ma no, certo che no, però dovevi dirmelo eh? Prometti e giura che la prossima volta che c’è qualcosa che ti preoccupa me lo dici. In due ore sono qui, sarei venuta”. “A fare che, a tenermi la manina? Sono cose da vecchi, acciacchi dell’età e te poi sei impegnata. E comunque me lo sentivo che non avevo nulla, vedi dove ti ho portato a festeggiare? Lamentati, vai”. Finiamo la malvasia, ci congratuliamo con lo chef uscito in sala a raccogliere gli onori e usciamo dall’atmosfera leggermente ovattata del luxury restaurant, nella notte che sembra già invernale, sotto un cielo terso e stellato. La temperatura è scesa e anche la tensione. Mentre camminiamo verso la macchina mi vengono i brividi, pensando a cosa sarebbe potuto succedere mentre intanto ero ignara di tutto o se stasera avesse avuto una risposta diversa in tasca… E poi lo guardo, il portamento è tornato altero e ha l’aria palesemente soddisfatta di avermi offerto una cena sontuosa nel ristorante più favoloso in cui abbia mai mangiato. “Questa è la terza volta che vengo da Beck,  ne ho girati tanti lo sai, e mi sono detto che almeno una volta nella vita te lo dovevo far provare!

Nikita Parker

Nikita Parker

Giornalista e storyteller. Al ristorante guardati intorno, la mora in little black dress e taccuino intenta a mangiare pesce o a sorseggiare bollicine potrei essere io...

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Baccoinfesta
Nasce divoratore della qualsiasi e passa l'intera vita ad affinare il gusto.
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