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Paesaggio della maremma toscana con girasoli e filare di alberi sullo sfondo

La memoria gastronomica: Caino in Maremma

MaremmaQuando ci tornai, tecnicamente avevo già abbastanza anni da poter essere il nonno di quel “me stesso” che era stato lì tanti anni prima, sebbene mi sentissi esattamente come allora, almeno dentro, a dispetto di quel che diceva lo specchio. Ebbi l’impressione che il minuscolo borgo fosse ancora più piccolo di quanto non ricordassi, e certamente più curato. All’epoca delle mie escursioni giovanili Montemerano, a due passi da Manciano, era una di quelle località della Maremma toscana che minacciavano abbandono e incuria, ma l’era dei Bed and Breakfast, del DOC e dell’IGT era ormai alle porte, e con essa il rilancio e la rinascita di tanti luoghi simili a quello.

MaremmaCi tornai nelle vesti dell’attempato signorotto di mezza età, non in quelle dello scapestrato scopritore di sconosciuti angoli di Toscana quale sono stato per tutti gli anni della mia giovinezza e non avevo viaggiato 4 ore nella notte sul Vespone 200 Rally o nella Fiat 126 giallissima dei miei, di cui ero solito appropriarmi indebitamente. Al tempo, e si parla della fine degli anni ’70, la Strada Statale 1-Aurelia era ancora rigorosamente a due corsie: la percorrevo in direzione Sud e arrivato dalle parti di Grosseto, deviavo a sinistra verso Roselle, poi dalla zona degli scavi archeologici prendevo una strada dal nome suggestivo (mi pare si chiamasse “dello Sbirro”), sfilavo via Scansano, dove ancora il Morellino si chiamava Sangiovese e mi si apriva un mondo più che collinare fatto di curve, salite strette, gallerie naturali e fronde di alberi antichi che fasciavano tutta quanta la carreggiata. Era l’olfatto ad avvisarti che eri arrivato: l’inconfondibile odore di zolfo serrava la gola dopo un tornante a destra, e sapevi con certezza che sotto di te c’erano le Cascate del Mulino, molto prima che le sue acque venissero imbrigliate a monte da Spa e Resort che anni dopo avrebbero designato le Terme di Saturnia ufficiali. Arrivavo che era l’aurora e mi tuffavo in quell’acqua calda, puzzolente, salutare e rumorosa, me la spassavo un po’ sotto il potente getto della cascata, poi cercavo un angolo adatto e mi addormentavo lì, la testa appoggiata ad un sasso piatto e il resto del corpo immerso nella fonte calda per svegliarmi poi quando il sole spuntava da dietro le colline. Ciabatte, accappatoio, vestiti asciutti e via, in cerca dell’ancora inesplorato o delle certezze assodate del già sperimentato. E, fra queste, una su tutte. Una che significava la soluzione del problema “fame a tolleranza zero”, che prepotente bussava a una certa ora, e quando bussava non si poteva ignorare. Aveva l’aspetto della piccola trattoria, poco più di un negozio a dirla tutta, e si trovava proprio al centro del minuscolo borgo di cui parlavo all’inizio, Montemerano, sebbene nella mia memoria, chissà perché, il nome preciso era Poderi di Montemerano, che magari era invece una frazione, vai a capire perché. L’insegna era da Far West, o meglio da butteri: una spessa tavola di legno bruna dai bordi irregolari e tondeggianti e la scritta che sembrava fatta con lo scalpello e il martello, o magari con i proiettili di una colt, al netto delle deformazioni della memoria. Il nome? “Da Caino cacio e vino”. Un posto delizioso ed essenziale. Più spartani di così nemmeno a Sparta, verrebbe da dire. Ricordo due signori per me anziani, dalla parlata tipica del posto e dai modi privi di fronzoli ma non per questo scortesi, che cucinavano quando e se ne avevano voglia, ma appunto pane, vino, formaggio e salumi locali non li facevano mancare mai. Era tutto maledettamente buono, ma da bravo giovinastro qual ero più che mangiare divoravo, e mi sembrava oltretutto naturale che in posto così fuori mano, a 40 km dalla prima città (che poi era Grosseto, non esattamente Los Angeles, insomma), i sapori fossero così gustosi, rotondi e perfetti. Poi spendevo pochissimo, fattore di per sé decisivo per un ventenne squattrinato! Sazio e alticcio, dopo il rifornimento alimentare mi rimettevo in movimento e al mio ritorno a casa non mancavo di magnificare le doti di quel posto, tanto da indurre più di un amico ad avventurarsi in quelle lande selvatiche per testare in prima persona la veridicità delle mie affermazioni. Prendetemi pure per fanfarone, ma sono stato uno di quelli che hanno contribuito al successo di quell’attività, nel mio piccolo.

Perché oggi, non essendo “sceso dal monte con la piena”, come si suol dire, so benissimo che Caino negli anni è diventato un “must” del buongustaio itinerante in cerca di lussurie enogastronomiche e di pregiati peccati di gola; come sapevo già che non avrei certo pagato lo stesso conto di tanti anni prima, visto che nel tempo l’offerta del locale è radicalmente cambiata e propone tutt’altro tipo di menù che non è più quella sorta di ‘merenderia’ che tanto era impressa nella mia memoria. Quindi ho accettato di buon grado i cambiamenti, ho assaporato raffinati piatti di pesce in mezzo alle montagne della Maremma, ho preso atto che se non altro la globalizzazione ci porta il sale delle vette alpine e delle lagune oceaniche dell’emisfero australe, ho scelto fra migliaia di vini eccezionali e ho pagato quel che c’era da pagare, come si confà ad un rispettabile signore di una certa età che è disposto ad un piccolo sacrificio personale pur di assicurarsi il piacere assoluto di un’ottima esperienza gastronomica accompagnata dall’ode al dio Bacco.

Alla fine sono uscito da lì sazio, felice ed alticcio assai. Soprattutto, mi dibattevo fra stati d’animi diversi e contrastanti: da una parte quel particolare entusiasmo che solo l’eccellenza del buon bere e del buon cibo sanno darti; dall’altra, quel mood malinconico che derivava dalla pura e semplice constatazione che fra quella meraviglia di cena di rango e la mia penultima abbuffata di pane, prosciutto e cacio e vino di tanti e poi tanti anni prima… eh beh: dentro a quell’arco temporale ci stava, sic et simpliciter, quasi tutta la mia vita. Per scongiurare quell’onda insidiosa, così intrisa di potenziali nostalgie, mi sono detto che “Se è vero che ognuno di noi è ciò che mangia, com’è vero che, ai tempi della mia esuberanza giovanile, mangiai spesso qui, allora qualcosa di buono in me deve essere pur restato!”.

Prosit, bella gente… (continua)

 [FOTO di Pepasaera – Flickr]

Baccoinfesta

Baccoinfesta

Nasce divoratore della qualsiasi e passa l'intera vita ad affinare il gusto. L'unica forma d'arte che pratica in pubblico è costruire ghiribizzi astratti con le molliche del pane. Niente di più transitorio, insomma.

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Nikita Parker
Giornalista e storyteller. Al ristorante guardati intorno, la mora in little black dress e taccuino intenta a mangiare pesce o a sorseggiare bollicine potrei essere io...
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