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Ristorante Essenza, Milano

‘Essenza’ a Milano: l’eccellenza conquista sempre

“Vivere aspettando è aspettare di vivere”. Rimuginavo su questa frase mentre camminavo a passi lesti in via Marghera, diretta verso ‘Essenza’, il ristorante di Eugenio Boer. Era stata una giornata infinita, fitta di appuntamenti, come ogni volta che salivo a Milano, ero stanca e di umore storto. Molto storto, per la precisione. Mi snervano i contrattempi, mi spazientisco, mi irrito, lo so. Per come mi sentivo avrei dichiarato chiusa la serata e sarei andata volentieri in albergo, ad organizzarmi con tutta calma per gli impegni del giorno dopo. Ormai però l’appuntamento con Francesco era pianificato da giorni e la sua offerta di portarmi ad assaggiare la cucina stellata di Boer dopotutto mi stuzzicava. Della creatività del cuoco olandese ne avevo sentito un gran bene ed un’amica milanese che va spesso in quel locale aveva usato toni entusiasti per i macarons di fegato e piccione con grué di cacao, che a suo dire erano da orgasmo. Speravo di trovarli tra le proposte del menù degustazione. E così fu.

Una volta entrati nel ristorante il mio umore iniziò a migliorare, decisamente quel posto mi piaceva. Mi piaceva l’ampia vetrata sul dehors, la miscela molto moderna e sobria dell’ambiente, il sorriso gentile del cameriere dalla barba hipster e soprattutto la cucina a vista con i sous chef che si affaccendavano. Prendemmo posto al tavolo e la serata iniziò a scorrere come doveva, tra una chiacchiera sui rispettivi figli e la scelta dei piatti, l’arrivo di un ottimo bianco Timorasso e gli antipasti di benvenuto mandati dalla cucina.

milano

Potevo rilassarmi a quanto pare. Nessun problema in vista, conversazione fluida e gestibile, pane fantastico preparato da loro, uno di quei dettagli che mi bendispone sempre. “E così anche tu sei separata, da quanto?” La domanda mi prese di sorpresa, notai il cambio di tono della voce, che era scesa di un’ottava secca. Non ci conoscevamo da molto con Francesco; coetanei, ci eravamo incontrati un anno prima perché era il nuovo il titolare dell’agenzia con cui già collaboravo e poi rimasti in contatto per lavoro e su facebook. Ci commentavamo con piacere, questo sì, ma non avevamo mai scorciato le distanze, prima. Presi atto che qualcosa era cambiato, visto come stava scivolando ad indagare il mio privato… “Da anni ormai, quattro, cinque, sto perdendo il conto” risposi. “E ti sei più innamorata?” Azz, domanda da centomila dollari, ci andava giù duro.

Mi salvarono i macarons, quelli decantati da Giuliana, celestiali, un sapore inedito e rotondo, incomparabile con ogni altra cosa mai assaggiata prima. Non pretese una risposta. mi concesse il tempo di una parentesi fino al dessert, prima di ripartire con un affondo “Adesso hai una storia? Sei abbottonata anche su facebook, ho spulciato ma non sono riuscito a scoprire niente”. In una frazione di secondo si accesero tutte le luci dell’allerta nella mia testa. Mi ricordo ancora il panico, il cucchiaino con la bavarese in aria che non trovava la via della bocca mentre cercavo di mettere insieme una risposta plausibile. La macchia di salsa di lampone sulla tovaglia bianca. Cosa avrei potuto rispondere? Che trascinavo una relazione a distanza ormai al capolinea? Che avevo perso il bandolo della matassa ad aspettare quell’unico week end al mese che da tempo finiva tenendoci il muso? Potevo chiamare ‘storia’ quella sequenza di telefonate in cui cercavo di non cascare nel campo minato degli argomenti ‘non trattabili’? No, sapevo che la risposta giusta da dare era un semplice no, per onestà verso me stessa prima di tutto. “Io no, e tu?”Nemmeno io. Sai – prese coraggio – mi piace una, e mi piace parecchio solo che lei fa finta di non capire. Eppure mi sembra di esser chiaro” e sorrise, di sottecchi

milano.

E io quel sorriso di Francesco me lo ricordo ancora, anche perché non l’avevo mai visto sorridere così. Le avrei mangiate quelle fossette, subito, insieme alla squisita piccola pasticceria arrivata col caffè.

Questa è la storia di una serata nata male, di un ristorante indimenticabile e galeotto e della prima volta in vita mia in cui alla chiusura di una porta ha seguito l’immediata apertura di un portone, monumentale.

Ps. Da Boer ci tornammo anche la sera seguente.

Nikita Parker

Nikita Parker

Giornalista e storyteller. Al ristorante guardati intorno, la mora in little black dress e taccuino intenta a mangiare pesce o a sorseggiare bollicine potrei essere io...

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Baccoinfesta
Nasce divoratore della qualsiasi e passa l'intera vita ad affinare il gusto.
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